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Lunedì, 18 Gennaio 2016

La scuola nel cinema extra-europeo

La scuola nel cinema extra-europeo

A cura di Mariangela Grilli – giornalista, esperta di cinematografia

Il cinema non ha mai mancato di dare uno sguardo su un mondo che ha tanta importanza nella storia della civiltà e che, in una certa misura, la rispecchia: la scuola.

In Occidente, il cinema si è occupato ben presto della scuola, tanto che, negli Stati Uniti, il genere va sotto il nome di teacher drama, ma anche nei Paesi più distanti e, dove, soprattutto il mondo dell’infanzia presenta delle situazioni di profonda drammaticità, la scuola è spesso riflesso del bisogno di riscatto, di emancipazione da uno stato di sofferenza. Un tema globale, dunque, che permette di gettare uno sguardo su diverse latitudini del mondo.

Emblematico in questo senso è il recente ‘Vado a scuola’, presentato nel 2013 al Festival di Locarno. Pascal Plisson, il regista, spiega nell’incipit le ragioni dell’opera:

 “Dimentichiamo troppo spesso che andare a scuola è una fortuna. In alcune parti del mondo, arrivare a scuola è un’impresa e accedere all’istruzione una conquista. Ogni mattina, a volte a rischio della loro stessa vita, eroici bambini si incamminano verso la conoscenza”. ‘Vado a scuola’ è un documentario che illustra il tragitto casa-scuola di alcuni bambini che vivono in diverse parti del mondo, quattro in particolare: Jackson e la sorellina camminano ogni giorno nella savana per 15 chilometri all’andata e 15 al ritorno; Zahira, una ragazzina marocchina, percorre ogni lunedì 4 ore di cammino insieme ad altre due bambine, dal suo paese sui monti dell’Atlante, per raggiungere il collegio dove si ferma durante la settimana; in Patagonia, Karlito e la sorellina percorrono tutti i giorni 18 chilometri a cavallo per raggiungere la scuola; infine, Samuel, un bambino del Bengala che vive su una sedia a rotelle: i suoi fratellini vanno con lui a scuola spingendolo per quattro chilometri. Sempre Pascal Plisson ha dichiarato che il suo intento era quello di mostrare la grande forza di volontà dei genitori nell’affrontare ostacoli grandissimi, pur di fare avere loro un’istruzione.

Ricordiamo ‘Nyamanton: la lezione dell'immondizia’, prodotto in Mali e diretto da Cheick Oumar Sissoko, regista della giovane cinematografia africana. Narra, in sintesi, la storia di Kalifa, il quale viene cacciato dall’aula il primo giorno di scuola perché non ha i soldi per comprarsi il banco. Così i suoi genitori, poverissimi (con un’altra figlia che vende le arance per la strada) ma decisi a far studiare il ragazzo, chiedono un prestito per comprare il banco e affittare un carretto con il quale Kalifa, nelle ore libere da scuola, può raccogliere l’immondizia e aiutare la famiglia.

Allontanandoci da sacche di povertà evidente, potremmo concludere con ‘La bicicletta verde’, di una regista dell’Arabia Saudita: Haifaa Al Mansour. Narra di Wadjda, una bambina di dieci anni, molto sveglia, che vive a Riyadh e che vorrebbe tanto possedere una bicicletta per sfidare il suo amico Abdullah. Dal momento che le bambine non possono andare in bici, Wadjda si iscrive ad una gara di Corano, indetta nella sua scuola, sperando di vincere il premio in denaro. Potrà così comprare da sé la bicicletta.

Un film colmo di speranza e piacevole, che ci offre ancora una volta, attraverso gli occhi di una normale bambina che va a scuola, uno spaccato di un altro modo di vivere, di un altro mondo.

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