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Venerdì, 22 Maggio 2015

Dalla Media Education alla Media Literacy

Dalla Media Education alla Media Literacy

Una riflessione sulle opportunità e i rischi

In anni così pervasi dal dominio dei media, era inevitabile che l’educazione aprisse un dialogo per entrare in relazione con questo universo cogliendone tutte le opportunità. Ma che cosa si intende per Media Education? Il termine inglese indica in modo sintetico sia l’educazione con i media, considerati come strumenti da utilizzare nei processi educativi generali, sia l’educazione ai media, che fa riferimento alla comprensione critica dei media, intesi non solo come strumenti, ma come linguaggio e cultura. La Media Education è dunque il processo di insegnamento e apprendimento incentrato sui media; la media literacy (alfabetizzazione ai media) ne è il risultato, ovvero le competenze che si acquisiscono in tema di mezzi di comunicazione. “La media education si propone di sviluppare sia una comprensione critica, sia una partecipazione attiva; la media literacy implica il saper leggere e scrivere i media”. (David Buckingham, 2006). Il che significa che deve prevedere sia l’interpretazione sia la produzione. Negli ultimi anni, l’estrema attenzione verso i media digitali ha portato alla nascita del termine Alfabetizzazione multimediale: i ragazzi non necessitano certo di lezioni sull’uso dei media digitali, ma di risorse che permettano loro di valutare e utilizzare le informazioni in modo critico se devono trasformarle in sapere.

Perché la Media Education?
Le ragioni che suggeriscono l’introduzione della Media Education nel curricolo scolastico sono state ampiamente esplorate a partire dagli anni Ottanta. Introducendo la loro Resources Guide per la Media Literacy nelle scuole secondarie, i media educator canadesi avevano rilevato il grande spazio che i media occupano nella vita degli adolescenti.
Le statistiche italiane più recenti evidenziano la compresenza dei media tradizionali (la televisione, la radio e, solo per il 22,9% i quotidiani) accanto alla sempre più evidente preponderanza dei media digitali: il 90,4% dei giovani si connette a Internet, l’84,4% tutti i giorni, il 73,9% per almeno un’ora al giorno, il 46,7% con il wifi. Per informarsi usano Facebook (il 71%), Google (65,2%) e YouTube (52,7%). Il 66,1% ha uno smartphone e il 60,9% scarica le app sul telefono o tablet. (Rapporto Censis-Ucsi sulla Comunicazione, 2013). Alfabetizzare ai media significa allora promuovere la democrazia: crescere generazioni più responsabili, cittadini più critici e consapevoli del mondo che li circonda. L’insegnamento dei media può essere articolato a partire da alcune domande classiche fino ad arrivare alla produzione creativa: chi comunica e perché? Di che tipo di testo si tratta? Come è stato prodotto? Come ne conosciamo il significato? Quali interessi sono in gioco? Chi riceve il messaggio e quale significato gli attribuisce? Come viene ‘rappresentata’ la realtà? Che cosa è stato omesso e perché?

La New Media Education
Un ultimo aspetto da considerare è che i giovani sono diventati loro stessi produttori di media. I tools multimediali degli smart phones insieme alla diffusione dei blog e dei social network hanno compiuto una rivoluzione: per un ragazzo “girare” un video e “pubblicarlo” in rete è diventato facilissimo. Su You Tube o Facebook trovano spazio gallerie di fotografie e filmati in cui ci si racconta e si costruiscono reti sociali attraverso le quali viene valutato il singolo video maker e il suo lavoro. La bedroom culture si è già trasformata in pocket culture (cultura da tasca) dal momento che gli adolescenti portano con sé il proprio mondo. Sul piano educativo questo comporta opportunità e rischi, come la cronaca ha recentemente evidenziato. La scommessa della New Media Education diventa allora educare alla responsabilità i ragazzi che si ritrovano ad essere non più solo consumatori, ma autori, con tutto ciò che questo comporta in relazione all’etica del rappresentare.

di Lidia Gattini

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