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Lunedì, 03 Novembre 2014

La certificazione delle competenze

Il termine “certificazione delle competenze” è entrato nel linguaggio comune ed è interessante capirne il perché

Cominciamo col dire che cosa è. Certificare significa ‘rendere certo’ e ‘competenza’ va inteso come la capacità di svolgere una attività lavorativa. Quindi si sta parlando di un processo per il quale una autorità, pubblicamente riconosciuta, attesta (cioè rende certo) il fatto che una persona è in grado di svolgere una determinata attività lavorativa.
Una domanda sorge spontanea: “Che bisogno ha un lavoratore di ricevere il riconoscimento pubblico di competenze professionali che già possiede?”
Peraltro, per i lavoratori dipendenti, normalmente accade che siano i datori di lavoro a decidere l’inquadramento contrattuale (e quindi il salario). I dipendenti pubblici sono assunti per concorso sulla base dei titoli di studio e solo raramente sulla base di una valutazione delle competenze professionali acquisite in altri contesti. Per i lavoratori autonomi è il mercato che decide se e quanto “vale” il loro lavoro. E per i professionisti è l’esame di Stato e/o l’iscrizione ad un Albo, la principale forma di riconoscimento della capacità professionale.
Prima di rispondere alla prima, poniamo una seconda domanda: “Che bisogno ho di farmi certificare le competenze, se già possiedo un titolo di studio (tecnico, professionale o di specializzazione) che le attesta?”.
La risposta a queste domande si trova nei documenti dell’Unione Europea. Teniamo conto che il mondo del lavoro nei vari paesi europei è regolato in modi diversi. Ed in particolare sono i paesi trainanti dell’UE, come la Francia e la Germania, ad aver posto per primi il tema, riflettendo inevitabilmente la loro impostazione storica in materia di riconoscimento pubblico delle competenze.
E’ un dibattito che dura da molti anni, perlomeno a partire dal Piano Delors del 1996, in cui a proposito di Società della Conoscenza furono abbozzati quegli elementi che hanno poi portato, negli anni successivi, l’UE a promuovere un sistema in cui tutti i cittadini dell’Europa, a prescindere dai titoli di studio e dalle infinite forme di abilitazione di Stato (complicatissime e differenti da paese a paese), potessero svolgere la loro attività lavorativa in qualsiasi paese europeo. A patto di ottenere una qualche certificazione pubblica di valore europeo, attestante il possesso dei requisiti professionali necessari per svolgere quel lavoro, ovunque.
A questo risultato, si badi bene, non si è ancora arrivati. Tutta la materia è ancora incastrata in questioni giuridiche sottilissime dove ogni paese gioca a creare nuove eccezioni alla norma. Tanto per fare un esempio, le professioni dell’area sanitaria, ma anche quelle tutelate dagli Albi professionali (per non parlare del pubblico impiego) ad oggi non consentono ancora una mobilità professionale su scala realmente europea. Certamente esistono singoli protocolli e specifiche procedure per alcune professioni, ma sono talmente complicate da scoraggiare i più.
Se, pertanto, l’obiettivo della piena mobilità professionale europea è ancora lungi dall’essere realizzato, il concetto che la legittima, cioè la certificazione delle competenze, ha fatto invece molta strada. Soprattutto perché si propone di risolvere anche l’annosa questione delle competenze professionali che una persona apprende, al di fuori dell’ambiente scolastico.

A cura di Romano Calvo

 

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